
L'interno della malga di Porzûs, dove 65 anni fa fu ammazzato "Bolla", zio del cantautore Francesco De Gregori, assieme ad altri 19 partigiani della "Osoppo", da parte di partigiani comunisti comandati da "Giacca" (Foto © Francesco Brollo)
Le mire di Tito sul Friuli, la voglia di egemonia dei comunisti e le nuove carte scoperte in Inghilterra. A 65 anni dall’eccidio, un convegno ha affrontato per la prima volta in maniera organica il tema dei conflitti tra partigiani, con una conclusione: Porzûs non può essere considerato un semplice episodio isolato
PORZÛS – Mentre a fondo valle le viti scheletriche protendono i propri tentacoli al cielo, in quota la neve avvolge le malghe di Topli Uork, dette di Porzûs, nel Friuli orientale, a pochi chilometri dalla Slovenia. C’era anche 65 anni fa la neve, e tanta, quando un centinaio di partigiani comunisti guidati da Giacca (nome di battaglia di Mario Toffanin) salirono fin quassù, dove uccisero tre appartenenti alla brigata Osoppo, (la formazione partigiana cattolica e liberale) comandati da Bolla, Francesco De Gregori, zio del cantautore, e una donna, per poi sterminarne altri sedici nei giorni seguenti.
In Friuli siamo cresciuti con un tormentone più o meno popolare: per poco e rischiavamo di finire sotto Tito in Jugoslavia. Oggi gli storici danno fondamento scientifico a tale affermazione e, soprattutto, per la prima volta sfaldano la crosta dei luoghi comuni costruiti sul mito della resistenza come esperienza condivisa, unitaria, di popolo: “possiamo creare una memoria comune solo se cerchiamo la verità”, ha detto Elena Aga Rossi (università dell’Aquila) e cercare la verità, su Porzûs, significa mettere a nudo perché e come avvenne “Il più sanguinoso scontro interno al movimento partigiano”.

Come 65 anni fa, c'era tanta neve attorno alle malghe di Topli Uork, dette di Porzûs, il 7 febbraio (Foto © Francesco Brollo)
RICORDO, MEMORIA E STORIA. Il merito della giornata di studi tenuta a Udine sabato 6 febbraio e voluta dall’associazione partigiani Osoppo, è stato non tanto di accreditare la tesi parziale del presidente della provincia Fontanini, che riduce Porzûs a simbolo “anti comunista”, quanto di fornire basi scientifiche che consentano di collocare l’eccidio nel contesto dei conflitti all’interno della resistenza italiana (e internazionale) nel confine orientale, anche e soprattutto dovendo lo storico smarcarsi dal vizio politico di narrare il passato in funzione della propria “identità presente, politica e ideale” (Roberto Chiarini, università di Milano). Ecco che, sempre a livello di metodo, se la lettura ufficiale per Chiarini ha per decenni “ritualizzato la resistenza, dandone una visione unitaria, popolare e consensuale”, bisogna oggi “uscire dalle strettoie e ossificazioni del passato”, non “tacendo e rimuovendo una resa dei conti” e senza “un intento dissacratorio nei confronti della resistenza”, ma bensì, distinguendo tra “ricordo, che è quello del testimone che vede il passato in modo intenso, ma limitato al proprio punto di vista; memoria, che è collettiva, e rappresenta una narrazione che però è sempre vincolata a senso opportunistico; ricostruzione storica, che deve perseguire la verità, senza discriminare fonti che contestano l’ipotesi di chi studia”.
FAZZOLETTI VERDI FIGLI DI UN DIO MINORE. Quanto la memoria di Porzûs sia ancora controversa, lo ha ben illustrato Aga Rossi, che non si capacita come mai ci sia ancora una “divisione fortissima, nella popolazione e nella storiografia”, acclarato che la ricostruzione di ciò che accadde a Porzûs il 7 febbraio 1945 è evidente: “fu un piano eseguito da partigiani sloveni e comunisti locali in nome dell’internazionalismo proletario” nel contesto del “tentativo degli sloveni, attraverso i comunisti, di controllare e fare proprio questo territorio. Questo voleva Tito, come è dimostrato da documentazione vecchia e nuova”. Il capo dell’armata popolare di liberazione della Jugoslavia, “voleva arrivare fino al Tagliamento”, e ci fu “un accordo secondo il quale i partigiani delle Garibaldi-Natisone accettarono di sottomettersi al IX corpus jugoslavo nell’ottobre del ‘44”. La storica ha spiegato come tra le ipotesi di annessione del Friuli alla Jugoslavia ci fosse quella che sarebbe dovuta passare attraverso forme di plebiscito, previa opera di “piazza pulita in queste zone, per poi annetterle legalmente con un plebiscito”. In questo contesto si inserisce il “tentativo di delegittimare le formazioni dell’Osoppo, avvicinandole ai fascisti”. Osovani “considerati fratelli minori”, ma dimenticando che loro, come tutti i componenti delle forze partigiane autonome, comprendenti liberali, badogliani e monarchici “a livello nazionale erano più numerosi degli appartenenti alle formazioni comuniste”. In conclusione “l’eccidio si lega con i rapporti di subordinazione dei comunisti italiani agli sloveni, aspetto che il PCI ha sempre tentato di nascondere. Togliatti non poteva che accettare le direttive di Stalin, che in quel momento appoggiava Tito”. l’ostilità del PCI sulla lettura internazionalista dei fatti di Porzûs sarebbe spiegata dal fatto che “occorreva evitare che Porzûs intaccasse l’immagine di un partito che si presentava come nazionale”.

Paola Del Din, partigiana medaglia d'oro al valor militare, parla a Porzûs con il figlio di Aldo Bricco, nome di battaglia "Centina", che riuscì miracolosamente a sopravvivere all'eccidio gettandosi a capofitto nella boscaglia, colpito da diversi proiettili (© Francesco Brollo)
O CON NOI O CONTRO DI NOI. Per approfondire le ragioni di questa diffidenza nei confronti dei fazzoletti verdi da parte di quelli rossi, poi diventata ostilità, Raoul Pupo (università di Trieste), ha tratteggiato i nodi di continuità con l’atteggiamento dei comunisti jugoslavi: “Qui accade ciò che accade nel resto della Jugoslavia: quando si apre una falla il movimento di liberazione instaura un potere” attraverso la creazione di singole zone libere governate. Assistiamo “all’estensione alla Venezia Giulia delle logiche proprie della liberazione in Jugoslavia, dove si assiste alla pulizia del territorio dai ‘nemici del popolo’” dove, per nemici del popolo si intendono elementi ritenuti “pericolosi o potenzialmente ostili”. Ecco che “per il partigiano non comunista gli spazi si chiudono: questo accade a Porzûs. Il movimento di liberazione jugoslavo pretende il monopolio dell’antifascismo”.
IL FASCINO INDISCRETO DI TITO. Patrick Karlsen, dell’ateneo triestino, ha trattato l’argomento della “doppiezza” nascosta del PCI, “tra via nazionale e modello jugoslavo”, ricordando che uno stato socialista (la Jugoslavia) “formato sulle sue forze non accadeva dal 1917 con l’Unione Sovietica, e quindi destava fascino, non solo tra gli estremisti in Italia ma anche tra i dirigenti” tanto da configurare una vera e propria “deferenza dei nostro comunisti verso Tito”. Ciò andava a scontrarsi con l’apparente posizione togliattiana dell’unità nazionale, causando una incompatibilità tra la linea nazionale dell’Italia e quella di lotta di classe jugoslava. Togliatti adottava uno schema di “democrazia progressiva con l’obiettivo di transizione graduale verso il socialismo, col rifiuto della guerra civile e cercò di contenere le spinte dei comunisti che volevano essere più conflittuali”. Il rapporto tra violenza politica e la presa del potere in Jugoslavia è stato ben illustrato da Orietta Moscarda, del centro ricerche storiche di Rovigno, che ha reso chiari i rapporti tra la guerra di liberazione dagli occupanti e la guerra civile, contro ustascia e cetnici.
IL FILO ROSSO DELLA VIOLENZA. Una relazione controversa è stata quella di Pietro Neglie (università di Trieste), che ha inteso dimostrare come l’uso e, soprattutto, la mitizzazione della violenza sia stata una costante del comunismo italiano. Neglie ha detto che la premessa del caso in questione è data dal fatto che venisse “sacrificato tutto alla linea del partito”. I non allineati potevano così essere colpiti in vari modi, anche col “non avvertimento di rastrellamenti tedeschi”, col doppio risultato di “avere dei martiri in famiglia e l’eliminazione di rivali interni”. Inoltre “il materialismo storico di Marx è basato sullo scontro della lotta di classe”. Insomma: “la violenza è un dato permanente e strutturale nella cultura comunista: è strumento, valore e mito”. Ha quindi provato a rendere visibile questo filo rosso della violenza, dicendo che era un tabù, tanto che fino a pochi anni fa “parlare di guerra civile (riferita alla resistenza italiana) ci qualificava come revisionisti”. Maglie ha poi citato il caso del partigiano che lasciò in eredità la propria arma al brigatista Franceschini, col compito di completare quella rivoluzione tradita: “fate voi quello che noi non siamo riusciti a compiere”; quindi ha citato la “gladio rossa”, la brigatista Nadia Desdemona Lioce e la sua “teorizzazione di un incontro con i popoli mussulmani per l’obiettivo comune della lotta all’occidente borghese e capitalista”, concludendo che la posizione pacifista che assunse Fausto Bertinotti, di “avversione e ripudio della violenza”, fu semplice rimozione: “Il PCI passa dal monopolio della violenza rivoluzionaria al rifiuto di affrontare l’argomento della violenza”.
“Occorre distinguere e non si può fare un polpettone con Bertinotti – che non è stato mai comunista - Lioce, Franceschini, Saddam, secchia e Marx, altrimenti non si va lontano”, gli ha obiettato Giovanni Belardelli, dell’università di Perugia, che moderava gli interventi.
LE CARTE INGLESI E L’EGEMONIA COMUNISTA. Al microfono di Tolmezzo News Tommaso Piffer (università di Milano) ha parlato delle nuove carte degli archivi inglesi: “Le carte degli inglesi ci danno conferma di qualcosa che la storiografia già aveva iniziato ad appurare: ossia che l’episodio di Porzûs non si situa al di fuori di un contesto, ma all’interno di una campagna lanciata almeno dall’estate del ’44 contro le formazioni Osoppo. Una campagna fatta di delazioni, di attacchi, di accuse di connivenza col nemico, di cui Porzûs è soltanto l’epilogo più cruento. E questo soprattutto è testimoniato dalle relazioni che gli agenti inglesi che operavano in zona inviarono ai loro comandi per raccontare quello che stava accadendo”.
In precedenza, durante la sua relazione, Piffer ha introdotto il tema affermando che “stupisce la scarsità del lavoro di sintesi e studio della strategia militare dei comunisti” che in nord Italia si caratterizzò per la “messa da parte degli obiettivi rivoluzionari” attraverso “l’unità” con gli altri soggetti della resistenza e con una “maggiore aggressività dei garibaldini”, questo stando all’immagine “fornita dal partito comunista”. Tanto che l’attendismo, categoria creata dal PCI è stata “usata come criterio dell’analisi” dell’operato dei partigiani, a dimostrazione di come il PCI stesso abbia colonizzato il modo di vedere e intendere la lotta di liberazione. Piffer ha subito allargato il campo d’analisi: “non si comprende la politica del PCI in nord Italia se non in un quadro internazionale”, ricordando che in un primo momento il PCI fu “estraneo al movimento di resistenza”, aderendovi solo dopo l’invasione dell’Unione Sovietica con alle spalle “l’imbarazzante ricordo del patto tra Stalin e Hitler nel ‘39”. E l’Unione Sovietica, “dopo la battaglia di Stalingrado diventa un mito” per tutte le resistenze. Poi le direttive di Stalin alla resistenza comunista furono di: mettere da parte l’idea di rivoluzione, concentrarsi contro il nazismo, porre l’accento sugli interessi nazionali e fare coalizioni con altri gruppi antifascisti. Nei Balcani, ad esempio, “Stalin si preoccupa di chiedere a Tito di non fare la rivoluzione e tentare una coalizione con gli antinazisti. Tito però attacca le formazioni partigiane nazionaliste”. In Italia i Garibaldini si dicono “sostenitori di una politica unitaria, aderiscono al CNL (Comitato di liberazione nazionale) ed evitano di ostentare simboli rivoluzionari”. Inoltre “i comunisti capiscono che serve la collaborazione della borghesia del nord” per avere fondi, viene messa “enfasi sulle strutture unitarie, che cresce con l’aumento del peso del PCI al loro interno”. A tale scopo procedono a massicci arruolamenti per esercitare più peso numerico e politico e perseguono l’espansione contro formazioni rivali, attraverso la creazione di comandi unitari. “Ci sono tre tipi di inglobazione dei rivali: la pressione sui comandanti delle formazioni rivali; l’introduzione di uomini fidati: infiltrati e infine l’eliminazione fisica, preceduta dall’accusa di fascismo”: condotte che nell’insieme rappresentano “tentativi egemonici delle formazioni dei garibaldini sulle rivali”. Ecco che nel caso di Porzûs si rispecchiano tali caratteristiche “in estate i garibaldini chiedono il comando unico, invocano l’arresto degli osovani contrarti, avviano una campagna violenta contro l’Osoppo, che si intensifica cotto gli sloveni”.
ALTRI CASI DI CONFLITTUALITÀ. Paolo Pezzino (Università di Pisa), ha dato conto di diversi casi di conflittualità all’interno del mondo partigiano, ecco cosa ha detto ai nostri microfoni: “Mi pare che il convegno dimostri che effettivamente il tema della conflittualità interna al mondo partigiano non riguarda solo Porzûs e il confine orientale, ma attraversa tutta la storia della resistenza. Al convegno sono stati portati vari casi relativi all’esperienza toscana, emiliana, della Lunigiana che dimostrano che è un tema nazionale della resistenza. È anche vero, bisogna dirlo, che il caso di Porzûs ha una sua specificità proprio nel fatto che lì il contrasto tra guerra di liberazione nazionale e guerra di classe è particolarmente forte, perché una parte del mondo partigiano sposava le pretese della Jugoslavia su territori italiani perché riteneva che questi territori sarebbero stati meglio sotto una repubblica popolare democratica, come venivano definite, piuttosto che uno stato capitalista che si riteneva sarebbe stato, come poi fu, alleato delle potenze capitaliste, cioè degli Stati Uniti, dell’Inghilterra e così via. E questo elemento ideologico giustifica il fatto che Porzûs è l’episiodio nel quale la conflittualità esplode con maggiore violenza. Gli altri casi di cui abbiamo paralato, non sempre finiscono con una violenza fisica, e quando questo succede è molto più limitata, di solito tende a colpire un comandante di una banda che si rifiuta per esempio di essere integrata in una struttura più ampia o così via, mentre a Porzûs la violenza acquista un carattere di massa, che si spiega con questa specificità del tema del confine orientale”.
Nella sua esposizione Pezzino ha accennato ad altri casi, anche se meno rilevanti, ma addirittura emersi all’interno della stessa parte politica, come quello di un capo partigiano comunista, Dante Castellucci, nome di battaglia Facio “che operava in Lunigiana, in una zona compresa tra l’Appennino parmense e il mare, La Spezia, e che entra in contrasto con la sezione comunista e il CNL di La Spezia, che vogliono controllare tutte le bande di quella zona. Lui faceva capo e riferimento al CNL di Parma ed a un certo punto aveva deciso di ritornare nel parmense e per impedire questo viene attratto in un tranello dal comandante di una banda vicina, processato da un tribunale tutto composto di comunisti, e nel giro di poche ore ucciso. Era un comandante molto amato dai suoi uomini, e proprio per questo probabilmente veniva considerato un personaggio ingombrante in un processo di controllo crescente del partito comunista spezzino sulle formazioni partigiane della zona”.
Per concludere, sostiene Pezzino, bisogna notare che “la vulgata storica confina in zone d’ombra questi episodi e per quanto concerne Porzûs, Pavone (autore di “una guerra civile”) lo ignora, relegandolo a una noterella”, ecco che “l’esaltazione dell’unità della resistenza non è riuscita a forgiare memorie discordanti”.
UN TEMA CENTRALE. Quanto la ricerca storica abbia vissuto una fase di probabilmente volontarie impasse su temi dei conflitti all’interno della resistenza, lo ha fatto notare Giovanni Belardelli quando, nell’introdurre i lavori, ha spiegato che la giornata di studi colma un vuoto fatto di “trascuratezza, ritardi e omissioni”. Da quando Pavone ha introdotto il tema delle diverse guerre “patriottica, civile (italiani contro italiani) si poteva fare di più e a 65 anni da quanto accaduto a Porzûs è il primo convegno su questo tema centrale della storiografia”.
SIMBOLO ANTI COMUNISTA. Pronunziando il discorso ufficiale di benvenuto (il convegno si è svolto nella sede della provincia di Udine, a Palazzo Belgrado), il presidente Pietro Fontanini ha detto che “per noi friulani Porzûs è un luogo simbolo. Si è celebrato lo scontro che ha permesso a questo paese di non cadere in un’altra dittatura, che avrebbe tenuto il nostro Friuli in una dittatura dove la democrazia non era una cosa quotidiana”.
I VIDEO:
Le malghe 65 anni dopo (2’49″)
Paolo Pezzino: Porzûs un caso di conflittualità partigiana (3’57″)
Cesare Marzona (Presidente dell’associazione partigiani Osoppo): Porzûs confine tra due mondi (0,38″)
ALLEGATI:
La relazione di Patrick Karlsen:
Il Pci di Togliatti tra via nazionale e modello jugoslavo



molto bene, sabato ero impegnato e non ci sono potuto andare. trovando un servizio così completo sul tuo blog è stato come esserci andato.
bello il video della malga solo col rumore della neve ghiacciata.
nessuno a difendere le posizioni dei garibaldini?
mandi.LR.
Ribadisco i complimenti di cui sopra per la qualità del reportage giornalistico.
Vorrei cogliere l’occasione per chiedere a Brollo se all’interno del convegno sono stati trattati i seguenti temi, magari non riportati nell’articolo per ovvie ragioni di sintesi: 1- Si è parlato dell’accessibilità degli archivi sloveni e della opportunità di consultarli (sempre se accessibili)? 2- L’intervento di Piffer era strettamente collegato al contenuto delle carte degli archivi inglesi: vi sono stati accenni (su eventuali riscontri o smentite) rispetto all’opinione espressa da don Aldo Moretti “Lino” in un’intervista rilasciata a “Famiglia Cristiana” (vedi n. 36 del 10.9.97 o http://www.sanpaolo.org/fc97/3697fc/3697fc102.htm), secondo cui gli inglesi avevano contribuito ad alimentare la divisione delle formazioni “Osoppo” e “Garbaldi” nella prospettiva di un loro futuro governo della zona alla fine del conflitto?
Avrei altre molte curiosità ma, non avendo potuto partecipare al convegno, attenderò la pubblicazione degli atti per i necessari approfondimenti.
Per quel che riguarda la “resistenza divisa”, ritengo che il “tabù”, almeno a livello storiografico, sia diretto verso un netto superamento. Lo testimoniano le pubblicazioni promosse nell’ultimo decennio, anche nella nostra regione, dagli stessi Istituti di Storia del Movimento di Liberazione su diversi ed intricati aspetti della Resistenza e delle vicende ad essa connesse (mi sovvengono i saggi divulgativi sulla foiba di Basovizza e sui fatti di via Imbriani in AA.VV., Un percorso tra le violenze del Novecento nella provincia di Trieste, IRSML, Trieste 2006). Estremamente interessante a riguardo il discorso di Giovanni Miccoli alla celebrazione udinese del 60° della Liberazione, pubblicato sul n. 35 della rivista “Storia Contemporanea in Friuli”.
E’ evidente che tale superamento, per certi versi non del tutto condiviso in disparati settori della politica e della cultura “di sinistra” (consiglio a riguardo il saggio ancora attuale di Guido Crainz Il conflitto e la memoria. “Guerra civile” e “triangolo della morte” in “Meridiana”, n. 13, 1992), sia risultato e risulti ancora faticoso. Ed è altrettanto evidente che la ricerca debba fare ancora molto.
Ma deve fare molto non solo sui “silenzi” addebitati o addebitabili alle “volontà del PCI”. Pensare (o indurre a pensare) questo rappresenterebbe una vera e propria distorsione della realtà, dato che molti “tabù” della storia contemporanea nazionale riguardano temi sicuramente non sensibili alla “sinistra”: sempre restando nel periodo storico qui considerato, cito le atrocità dell’occupazione fascista della Jugoslavia e, ancor prima, della guerra in Eritrea (vedi Dominioni M., Lo sfascio dell’Impero. Gli italiani in Etiopia (1936-1941), Laterza, 2008). E si potrebbe certo continuare.
Ma se la ricerca ha un compito, non è certo quello di stilare delle hit-parade delle atrocità, ma di accertare nel modo più scientifico possibile lo svolgersi dei fatti storici, indipendentemente dalle implicazioni politiche che questi comportano.
Poi, sta ai cittadini, alla loro maturità etica e civile, la capacità di trarre i dovuti insegnamenti per un futuro di convivenza civile e rispetto reciproco, discernendo la storia dal falso mito della “memoria condivisa” e dalle strumentalizzazioni. Di certo la politica non compie grandi passi in questa direzione. E Fontanini lo ha ampiamente dimostrato.
condivido pienamente il commento di denis
Leggendo gli interventi dei relatori, dico che ho fatto bene a non partecipare all’incontro di Udine. Sulla mancanza di un qualsiasi criterio “scientifico” dei ricercatori, mi richiamo a quanto detto da Denis e penso che basti. Ma vorrei sottolineare alcune “perle” dopo aver fatto una premessa: che il movimento di liberazione sia stato caratterizzato da contrasti e visioni diverse del futuro mi pare sia indubitabile: basta citare E. Sogno da una parte e Parri o Solari o Longo dall’altra. Che in molti partigiani comunisti ci fosse il sogno di una doppia “rivoluzione”, antifascista e anticapitalista, mi pare indubitabile, come pure che una parte del movimento resistenziale, appoggiata da inglesi e americani, tendesse a impedire una vera “rivoluzione democratica” per ritornare al prefascismo liberal-conservatore, è altrettanto indubitabile. Ma al di là delle divisioni, mi sembra che l’obiettivo di liberare l’italia dal nazifascismo e dall’occupazione tedesca fosse comune a tutti e in questo senso si impegnarono i “capi” della Resistenza. I relatori si sono dedicati semplicemente a demolire gli antifascisti “comunisti” arrivando a dire che questi si impegnarono a “massicci arruolamenti per avere più peso numerico e politico”, non, si badi bene, per avere più forze contro gli occupanti e il loro sforzo “unitario” era rivolto “contro le formazioni rivali”. Si arriva a dire che il PCI “in un primo momento fu estraneo al movimento di resistenza” fino all’invasione della Unione Sovietica. Ci vuole molta sfrontataggine a dire certe cose, dopo le migliaia di comunisti condannati, confinati e “uccisi” durante il fascismo (l’80% delle pene inflitte dai tribunali speciali erano per i comunisti! ma lui non lo sa). Ancora si dice “Quando si apre una falla il Mov. di Lib. (seguendo l’esempio jugoslavo) instaura un potere attraverso la creazione di zone libere” (sic!). Così la Zona Libera della Carnia è liquidata. Povero Marchetti, complice di Tito!
Potrei continuare. Un solo rilievo: Pfeiffer dice che Tito non seguiva Stalin, che voleva innanzitutto la guerra contro il nazismo “unitariamente”, mentre la Aga Rossi dice che Stalin appoggiava Tito. Mah!
Il Convegno mi pare, aveva un solo obiettivo e cioé l’anticomunismo (“la mitizzazione della violenza è stata una costante dei comunisti italiani”, vedi “la lotta di classe di Marx!!!). E il fascismo non viene nemmeno nominato. Complimenti a questi “antifascisti”!!!