Si si si. Anche a nord est del Nordest è arrivato. E già da qualche anno. Alludo all’abuso del “piuttosto che”. Oggi è portata irrinunciabile di ogni menù proposto sulle tavole del qualunquismo borghese. Un po’ come il “letto di rucola”, che Enrico Vaime ha irriso nel suo “Quando la rucola non c’era” (“Quand’ero ragazzo io la rucola non c’era. O magari c’era, ma non dappertutto come adesso. Oggi senza rucola non si riesce a proporre un secondo. Non c’è pietanza che non venga guarnita, anzi “adagiata su un letto di rucola”). Nel nostro caso, il fallace abuso dei piuttosto, piuttosto che l’esempio della rucola, rimanda in assonanza alla traduzione della parola inglese toast, che in italiano partorì nel periodo del boom economico migliaia di orripilanti annunci accanto alle insegne dei bar: “Qui tosti”. Ecco, nell’ultimo decennio si è diffuso l’utilizzo dell’avverbio “piuttosto” con un significato sbagliato: quello del disgiuntivo “o”. E ha contagiato anche insospettabili grammaturghi.
“All’osteria adoro concedermi un taglio (“bicchiere”) di Merlot, piuttosto che di Prosecco, piuttosto che di Tocai” capita di sentire. Sbagliato. Nell’uso oggi in voga, significa che l’avventore ama bere indifferentemente tre tipi di vino diversi: Merlot, Prosecco o Tocai. Invece il vero significato è che in osteria adora bere il Merlot sopra ogni cosa, sicuramente ama il Merlot più di Prosecco e Tocai. Merlot piuttosto che Prosecco, piuttosto che Tocai, appunto. Non parliamo dei politici, per i quali già l’abuso di locuzioni che qui non ripetiamo per amor di patrio linguaggio e lignaggio, dovrebbe donare loro il foglio di via per il girone dei vaccabolari.
Questa vagonata di piuttosti sta inquinando la semantica sociale, con rischi che possono rivelarsi financo mortali. Le parole sono importanti, hanno conseguenze sul nostro modo di pensare e di agire. Non ci credete? Immaginate un medico che consigli di assumere una medicina piuttosto che un’altra, ad esempio che prescriva “tre gocce di Prozac, piuttosto che di Valium”, oppure che imponga giustamente a un diabetico di “prendere il caffé senza zucchero piuttosto che con lo zucchero”. Stando alla vulgata oggi in voga, il paziente diabetico potrebbe restarci secco, visto che capirebbe di potersi concedere il caffé sia con, che senza zucchero. Peggio, calandoci nella realtà del gossip, dei ricatti e degli scandali sessuali che stanno imperversando nelle cronache, cosa potrebbe capitare se un solerte inquirente snob intercettasse questa frase: “Preferisco farmi frustare, piuttosto che andare a letto coi bambini”? L’intercettato rischierebbe l’accusa di pedofilia sadomaso. Quando voleva semplicemente ribadire che piuttosto che giacere con bambini si darebbe all’uso del cilicio.
Ecco. Rimettiamo questo avverbio sui giusti binari significanti, piuttosto che deragliarne il senso, piuttosto che ragliarne come asini la funzione. Anzi, la disfunzione.
Francesco Brollo
(Approfondimenti: Qui il parere dell’Accademia della crusca)
Mi associo in pieno!!:-))
Io l’ho vista nascere quest’invettiva, e non posso che concordare!
Ma ci sono tante altre locuzioni usate a sproposito dal mondo della politica e dello spettacolo, bisognerebbe fare una lista…
l’Accademia della Crusca piuttosto che quella del Lincei. penso sia più snob fare certe osservazioni piuttosto che usare queste locuzioni.
A proposito, ho visto la foto del cartello di CARNIACQUE, piuttosto che essere esposto sulla strada è esposto davanti all’ingresso(un quarto d’ora per arrivarci); interrogati del perchè gli impiegati hanno risposto che la domanda di affissione è pendente presso il comune di Tolmezza da circa un anno.
Gildo
non posso che condividere, anche se…(sì lo so che i tre punti di sospensione sono abusati, ma sospendo a domani). bravo il brollo.
Va bene l’Accademia della Crusca e le sue encomiabili attività, ma bisogna sempre tener conto delle peculiarità delle lingue in generale e dell’ italiano in particolare: le lingue sono fortemente riformiste, a volte anarchiche, tendono all’ economia, sono indubbiamente duttili. Insomma, la lingua cambia con il cambiare della società, delle sue esigenze, dei suoi referenti. E guai se non fosse così. Il fiorentino del trecento, così com’ era nel 300, ovviamente oggi non sarebbe utilizzabile, seppur bellissimo. E non dimentichiamo che Manzoni ha ricreato e per molti versi rivoluzionato l’ uso del fiorentino. Quindi più che all’ uso non corretto della locuzione in questione, sottolineerei come alcune locuzioni, aggettivi, avverbi, vivano ciclicamente momenti di gloria, dovuti all’ uso e abuso dei media, del mondo dello spettacolo e del mondo politico. Ricordo l’ utilizzo errato, che risale a qualche anno fa, della locuzione latina “una tantum”: “ vado a trovare mio nonno una tantum”, cioè ogni tanto. Ma una tantum significa “una soltanto”, quindi il nipote diceva di essere andato dal nonno una volta sola; forse per l’eredità? Poi l’ utilizzo “abusivo” è fortunatamente rientrato, per un meccanismo di autoregolazione che la lingua possiede di suo. Stesso discorso per le varie grammatiche: non dimentichiamoci che non hanno natura divina, innata, eterna, ma che cambiano continuamente, spesso sovvertendo regole ormai stantie. Ultimo: è vero che ai media, e alla televisione in particolare, dobbiamo imputare un generale impoverimento, livellamento linguistico: tutti parliamo allo stesso modo, utilizziamo gli stessi aggettivi, commettiamo pure gli stessi errori. Ma non dimentichiamo che nessun mezzo, a oggi, è riuscito in quello che la tv si è dimostrata capace: dare una lingua comune all’ Italia. Alla fine dell’ ‘800, ma anche dopo, per anni, coloro che utilizzavano l’ italiano, scrivevano e parlavano correntemente l’ italiano, raggiungeva a fatica l’8 %, e oggi siamo al 98 e passa per cento. Poi la guerra, grande livellatrice a tutti gli effetti, e la tv, hanno rivoluzionato la nostra comunicazione. Mandi
Sul tuo fb ho letto che qualcuno, giustamente peraltro,collegandosi a questo pezzo, parlava dell’ uso errato del congiuntivo, o meglio del non uso del congiuntivo a favore dell’ indicativo. Vorrei proporre due piccole riflessioni:
1. di carattere “ideologico/classista”: non è vero che una volta si utilizzava il congiuntivo e oggi no. Anzi, è l’esatto contrario. Il fatto è che solamente cento anni fa chi aveva voce era una sparuta e stantia elite socio-economico-culturale. La quale sapeva utilizzare perfettamente il congiuntivo, a discapito però della quasi totalità di italiani che non solo il congiuntivo non lo conosceva, ma che per comunicare utilizzavano il dialetto e non certo l’ italiano. Cambiano le percentuali ma non certo il problema nella seconda metà del ‘900. Pensiamo al ragionier Fantozzi (per tutti fantocci), simbolo della piccola borghesia, mediocre e un po’ grigia, che pian piano erode il potere dell’ alta borghesia- aristocrazia, ma che non c’azzecca (per dirla alla Di Pietro, esempio che cade a “fagiuolo”) con i congiuntivi. Il poveretto li sbaglia tutti. Oggi i reality, le trasmissioni di attualità, le famigerate e onnipresenti interviste, insomma l’esposizione mediatica ha dato a tutti la possibilità di esprimersi (purtoppo ha dato solo quello). Questo ha creato una falsa percezione del problema del congiuntivo. In realtà, rispetto a qualche anno fa, il numero di italiani che usano il congiuntivo è aumentato, e di molto.
2. di carattere sociale: la nostra società esige dai suoi “consorziati” ( da noi, insomma) certezza, sicurezza, concretezza, persuasione. Chi non è calato completamente nella realtà, nell’ oggi, anzi, nell’ adesso, rischia l’esclusione. Questa esigenza si riflette freudianamente anche sul modo in cui ci esprimiamo: usiamo il meno possibile il modo dell’ incertezza, del dubbio, dell’ irrealtà, valori che purtroppo hanno sempre più una valenza negativa, per paura di non essere capiti, di non riuscire a chiudere la comunicazione, per timore di non persuadere. L’ indicativo, più virile, maschio, immediato, è il modo che il grande fratello (orwelliano, non quello del biscione) ci chiede in cambio della riuscita sociale. Non per niente, ma qui potrei sbagliare, l’inglese, lingua scelta per le relazioni internazionali, non ha il congiuntivo.
Vabbé, a queste riflessioni porta l’ insonnia. Buona
Beh, se l’insonnia porta a certe riflessioni, ben venga l’insonnia “una tantum” (alla latina:-)
Mi preme qui solo ri-sottolineare (come l’ottimo Claudio ha già rilevato proprio con l’esempio latino) che un conto è usare espressioni semplicemente antiestetiche (come il famosissimo “un attimino”), un altro è creare equivoci semantici: ed è il caso di cui stiamo parlando.
P.S: Cerco di usare sempre il congiuntivo e lancerei anche una crociata a favore del condizionale, così, per combattere questa sicumera che promana da chi usa sempre e solo l’indicativo:-)
P.P.S: A proposito dell’evoluzione delle lingue, mi ha molto stupito leggere, anni fa, un documento friulano del XV Sec. pubblicato nel celebre libro di Claudio Puppini su Tolmezzo; è comprensibilissimo pure oggi, se riesco a scannerizzarlo lo propongo qui.
Saluti